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25 agosto 2013

La giornata mondiale senz’auto è #biciperlavita

Ripropongo la notizia inserita da Paolo Pinzuti su Bikeitalia.it

Ad oggi sono 89 le organizzazioni che il 22 settembre 2013 parteciperanno a Bicis por la Vida: in 89 diverse città del mondo, in occasione della giornata mondiale senz’auto, i cittadini si riapproprieranno simbolicamente delle strade per mettere in scena la propria idea di città.
Armati di pennello, vernice e stencil (scaricabili direttamente da qui) immagineranno e rappresenteranno strade differenti, a misura di uomo e di bambino e non più ostaggio di automobili rapaci alla disperata ricerca di un parcheggio.
Il coloratissimo progetto è nato in Colombia ad opera del movimento cittadino Ciudad Verde ed è stato insignito del Visionary Award in occasione dell’ultima edizione di Velo-city a Vienna. Ad oggi l’iniziativa si è diffusa in tutto il subcontinente sud americano, ma anche in Messico, Kenia, Tanzania e Spagna. Al momento in Italia, l’unica città che partecipa a Bicis Por la vida è Genova.
Per partecipare occorre:
1. Identificare organizzazioni cittadine che possano e vogliano partecipare al movimento.
2. Contattarli e proporre loro di lavorare insieme
3. Comunicare qui l’adesione all’iniziativa per essere inseriti sulla mappa
4. Definire che tipo di linea di vita si dipingerà nella vostra città oppure quale attività creativa si svolgerà
5. Definire i punto di incontro per l’inizio dell’evento
6. Avvisare le autorità competenti
7. Diffondere l’iniziativa usando l’hashtag #biciperlavita
8. Scaricare il poster ufficiale modificabile
9. Realizzare una bandiera con il logo di #biciperlavita e il nome della città per fare una foto durante l’evento
10. Convocare i media per spiegare loro cosa sta avvenendo.

Gli amici di #salvaiciclisti e Rete per la Mobilità Nuova potrebbero per esempio cogliere l’occasione per spiegare visivamente al proprio sindaco  cosa hanno in mente.

6 luglio 2012

La maglia tecnica della South Garda Road

da sx Luca Bondioli,Silvia Razzi e Marco Varini
La granfondo ciclistica si sta mostrando sempre di più un eccezionale veicolo di promozione per il territorio e aziende del basso Garda,  l'associazione Adici il marchio Fisicall e la fibra Dryarn sono in prima fila. Presente all'appuntamento, ad evidenziare il legame tra sviluppo commerciale e territorio l’Assessore al Turismo ed alla Cultura della Provincia di Brescia Silvia Razzi, da tempo impegnata in prima persona nella valorizzazione del cicloturismo mettendo mano concretamente ad ogni progetto che le viene proposto , anche in questo caso di fronte alla maglia firmata Adici e Fisicall è stata la prima ad indossarla e provarne le qualità tecniche.
Il compito di illustrare il capo tecnico che sarà dato agli iscritti alla South Garda Road spetta a Marco Varini, titolare del marchio Fisicall: “Non si tratta di una normale maglia tecnica: il tessuto impiegato è composto non dal 10, non dal 30, nemmeno dal 40, ma dal 90% dell’innovativa fibra Dryarn. Quello che daremo agli iscritti alla South Garda Road è un prodotto che definire di prestigio è riduttivo. In tante manifestazioni viene inserito un capo tecnico, qualche volta un prototipo che permette a chi lo produce di testarlo sui futuri utilizzatori, ma qui si tratta di un prodotto assolutamente unico, che mai nessuno troverà nei negozi o in azienda”. Un capo il cui valore va ben aldilà del costo dell’iscrizione, e che risulta impossibile trovare in altri eventi, considerata l’elevatissima qualità e quantità della fibra Dryarn impiegata.

17 giugno 2012

E se togliessimo il pavè da Milano?

Riposto un bell'articolo di Paolo Foschini giornalista del Corriere della Sera pubblicato nel blog "Milanesi" il 16 giugno 2012 - ogni diritto è dell'autore e della testata.

La questione, almeno tra la maggior parte dei ciclisti, ormai si sta trasformando da dibattito in parola d’ordine e forse è ora che qualcuno lo dica: facciamola finita col pavé. Basta. Basta con la menata del valore storico, dell’identità urbanistica, del fascino della vecchia Milano. Tutte cose belle, se corrispondessero alla realtà: che invece è, quasi ovunque, un patchwork di lastroni sconnessi che come li metti a posto si spostano, scivolosi da bagnati e traballanti anche da asciutti, impossibili da mantenere, spesso in contesti che ormai non li meritano, pericolosi per tutti. Basta.
Dice, appunto: ma è la vecchia Milano. Ah sì? Allora vediamola, questa vecchia Milano. Vogliamo metterci tipo corso Magenta, via Torino, Foro Bonaparte, eccetera? D’accordo: ma se sono così storicamente importanti – e lo sarebbero – allora perché uno deve vedere un vigile piantato come un palo per due giorni a presidiare un pezzo micidiale di granito sconnesso, che nessuno sistema? E comunque, lasciamo pur perdere queste luminose eccezioni filologiche: ma quante decine di strade e incroci milanesi, con buona pace del tanto invocato valore storico, già oggi sono semplicemente un’alternanza insensata di asfalto e lastroni? Pezzi di via Farini e via Moscova, attraversamenti di Corso Sempione, strisce di via Palestro… è un censimento infinito, che ogni ciclista conosce e maledice. Fate via Ludovico il Moro, via Ripamonti, corso Lodi… valore storico? E perché allora non le vietiamo del tutto alle auto? Dice: però via Solferino è così bella col pavé… ah, perché sono belli e filologici i panettoni antisosta che ci stanno sopra? Per non parlare delle scemenze addirittura deliberate come il pezzo di pista ciclabile che hanno fatto in via San Marco: cioè, decidi di fare una ciclabile e la pavimenti coi sanpietrini? Ma la fai per le bici o per metterla su un dépliant?
(Ah, poi ovviamente ci sarebbe da parlare dei chilometri di rotaie del tram “cieche”, lasciate lì apposta per nessun altro motivo che invitare alla bestemmia chi ci scivola: ma questa è talmente assurda che meriterebbe da sola un post a parte).
Insomma il punto è: o una cosa è importante, e allora ci si investe tutto il possibile per non farla andare in malora; oppure è solo un’abitudine, si prende atto che mantenerla costa troppo, che così com’è non va più bene, e allora si cambia. Senza chiamare totem ciò che non lo è: anche i Navigli in centro erano bellissimi eppure li hanno coperti, col molto del marmo della Roma antica hanno costruito la Roma barocca. E tra l’altro forse, volendo, se tutto il granito del pavé milanese si vendesse all’edilizia ci si guadagnerebbe pure qualcosa. Salvando persino qualche pezzo di montagna qua e là.
Se poi non è d’accordo nessuno, come non detto e amici come prima.

14 giugno 2012

Comunicato Salva i ciclisti

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, Prof. Mario Monti,

Abbiamo molto apprezzato la nota con cui Lei il 14 maggio scorso ha dato sostegno alle istanze della campagna #salvaiciclisti sottolineando i vantaggi economici derivanti dall’uso della bicicletta in ambito urbano e definendo la bicicletta come “mezzo di trasporto “intelligente”, sia dal punto di vista dell’impatto ambientale, sia a livello economico, dato che riduce sensibilmente i costi legati alla mobilità urbana, sia, aspetto non meno rilevante, per la salute degli individui.”
Infatti, in questo periodo di crisi economica, per ridurre i costi derivanti dalla mobilità, molte persone fanno sempre più ricorso all’uso della bici, anche per andare al lavoro.
Purtroppo nel nostro Paese coloro che decidono di utilizzare la bici per recarsi al lavoro, si trovano a confrontarsi con una legislazione che, non solo non incentiva, ma addirittura penalizza chi utilizza questo mezzo di trasporto. In Italia, in caso di sinistro durante il percorso casa-lavoro effettuato in bicicletta, l’INAIL riconosce al lavoratore lo status di “infortunio in itinere” “purché avvenga su piste ciclabili o su strade protette; in caso contrario, quando ci si immette in strade aperte al traffico bisognerà verificare se l`utilizzo era davvero necessario” [nota INAIL].
Mentre nel resto d’Europa l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto per recarsi al lavoro è sistematicamente incentivato e promosso, in Italia il lavoratore che decide di spostarsi senza inquinare e senza creare traffico, non solo non riceve alcun incentivo, ma deve farlo a proprio rischio e pericolo e senza tutele.
Allo scopo di mettere fine a questo anacronismo è in corso una campagna promossa dalla Federazione Italiana Amici della Bicicletta (FIAB) che chiede la modifica dell’art. 12 del D.Lgs. 38/2000 e di aggiungere al testo attuale la frase: “L’uso della bicicletta è comunque coperto da assicurazione, anche nel caso di percorsi brevi o di possibile utilizzo del mezzo pubblico”, esattamente come previsto per il lavoratore che si reca al lavoro a piedi.
La proposta della FIAB ha già raccolto oltre diecimila firme e ricevuto parere favorevole da parte di ben tre Regioni, tre Province e sedici Comuni tra cui Milano, Bologna e Venezia che ravvisano grande imbarazzo nel chiedere ai concittadini e ai propri dipendenti di usare la bicicletta senza poter garantire nel contempo adeguate tutele.
Con la presente chiediamo a Lei, al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e ai Presidenti di Camera e Senato di voler intervenire al più presto per porre fine a questa discriminazione che non ha eguali in Europa e di accogliere questa proposta di modifica legislativa.
Per ulteriori informazioni sul tema dell’infortunio in itinere per il pendolare in bicicletta, Le segnaliamo il sito internet http://www.bici-initinere.info/ che è stato predisposto allo scopo di diffondere consapevolezza rispetto a questa campagna.
Confidando in una sua pronta risposta e auspicandoci condivisione nel merito, cogliamo l’occasione per salutarla cordialmente.

8 febbraio 2012

Salviamo i ciclisti!!

Gentili direttori del Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport, Il Messaggero, Il Resto del Carlino, il Sole 24 Ore, Tuttosport, La Nazione, Il Mattino, Il Gazzettino, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Giornale, Il Secolo XIX, Il Fatto quotidiano, Il Tirreno, Il giornale di Sicilia, Libero, La Sicilia, Avvenire.
La scorsa settimana il Times di Londra ha lanciato una campagna a sostegno delle sicurezza dei ciclisti che sta riscuotendo un notevole successo (oltre 20.000 adesioni in soli 5 giorni).
In Gran Bretagna hanno deciso di correre ai ripari e di chiedere un impegno alla politica per far fronte agli oltre 1.275 ciclisti uccisi sulle strade britanniche negli ultimi 10 anni. In 10 anni in Italia sono state 2.556 le vittime su due ruote, più del doppio di quelle del Regno Unito.

Questa è una cifra vergognosa per un paese che più di ogni altro ha storicamente dato allo sviluppo della bicicletta e del ciclismo ed è per questo motivo che chiediamo che anche in Italia vengano adottati gli 8 punti del manifesto del Times:
1. Gli autoarticolati che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.
2. I 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati, ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.
3. Dovrà essere condotta un'indagine nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Italia e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.
4. Il 2% del budget dell'ANAS dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione.
5. La formazione di ciclisti e autisti deve essere migliorata e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.
6. 30 km/h deve essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.
7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato da Barclays
8. Ogni città deve nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme.

Cari direttori, il manifesto del Times è stato dettato dal buon senso e da una forte dose di senso civico. È proprio perché queste tematiche non hanno colore politico che chiediamo un contributo da tutti voi affinché anche in Italia il senso civico e il buon senso prendano finalmente il sopravvento.
Vi chiediamo di essere promotori di quel cambiamento di cui il paese ha bisogno e di aiutarci a salvare molte vite umane.
Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questa lettera attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito, attraverso Twitter utilizzando l'hashtag #salvaiciclisti e, ovviamente, inviandola via mail ai principali quotidiani italiani.